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Non solo luminosità: quali caratteristiche deve avere l'illuminazione nella sala operatoria

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In sala operatoria, spesso ci si accorge dell’illuminazione solo quando è insufficiente. Allo stesso tempo, è risaputo che l’affaticamento visivo è un fenomeno comune nella pratica chirurgica ed è associato a una riduzione dell’accuratezza diagnostica, delle prestazioni e della sicurezza. Questo articolo analizza perché «più luce» non è la soluzione, quali fattori contano davvero e cosa ciò comporti per la progettazione delle luci chirurgiche moderne.

 

Affaticamento visivo nella pratica chirurgica quotidiana

Le luci chirurgiche fanno parte dell’attrezzatura di base di ogni sala operatoria. Rispetto alla robotica, all’imaging o al software, possono sembrare meno importanti, eppure nulla funziona senza di esse. Senza una chiara visibilità, non sono possibili né una diagnosi accurata né un trattamento di alta qualità.

Uno sguardo più attento alla pratica chirurgica quotidiana mostra che circa un terzo dei chirurghi soffre di affaticamento visivo [2]. I sintomi tipici includono secchezza o dolore agli occhi. Non sorprende quindi che sia stato stabilito un nesso tra affaticamento visivo e accuratezza diagnostica, prestazioni e sicurezza [1][2]. L’affaticamento visivo può essere associato anche a un aumento fino a tre volte superiore del carico muscolo-scheletrico [2] e può contribuire all’affaticamento fisico generale, che è collegato a un tasso più elevato di errori [4],[5],[6].

L'illuminazione non è quindi un prodotto isolato, ma parte integrante di un sistema operatorio funzionante. Cosa deve quindi offrire una buona illuminazione chirurgica?

 

Una luce chirurgica di alta qualità è definita da molteplici fattori

Le prestazioni delle luci chirurgiche non seguono il principio “più è luminosa, meglio è”. Al contrario, derivano dall’interazione di diversi fattori chiave: intensità dell’illuminazione, dimensione e profondità del campo operatorio, gestione delle ombre, resa cromatica, generazione di calore e sicurezza.

Intensità: l’illuminazione in sala operatoria varia tipicamente tra 40.000 e 160.000 lux. Un’intensità più elevata non migliora automaticamente la visibilità: livelli eccessivi possono aumentare l’abbagliamento, ridurre il contrasto e contribuire all’affaticamento visivo.

Ampiezza: il campo luminoso deve coprire interamente l’area dell’incisione senza creare zone d’ombra o riflessi fastidiosi nell’area circostante. Allo stesso tempo, la distribuzione della luce dovrebbe essere il più omogenea possibile per evitare forti variazioni di luminosità.

Profondità: poiché le procedure chirurgiche sono tridimensionali, la luce deve raggiungere anche le cavità più profonde. È importante che venga mantenuto un livello sufficiente di illuminamento a diverse profondità.

Gestione delle ombre: durante le procedure, il team chirurgico crea costantemente delle ombre. Una gestione efficace della luce garantisce che nel campo operatorio rimanga una quantità sufficiente di luce utilizzabile e che le fluttuazioni significative dell’illuminazione siano ridotte al minimo.

Resa cromatica: la qualità della luce determina la capacità di distinguere visivamente i tessuti. Le luci chirurgiche operano tipicamente in un intervallo compreso tra circa 3.000 e 6.700 Kelvin e devono fornire una resa cromatica neutra. Un indice di resa cromatica (CRI) elevato è essenziale per distinguere in modo affidabile le differenze rilevanti dal punto di vista diagnostico.

Generazione di calore: la luce è una fonte di energia e genera calore. Un'irradianza eccessiva può seccare o danneggiare i tessuti, in particolare quando più campi luminosi si sovrappongono.

Sicurezza: le luci chirurgiche devono essere a prova di guasto e garantire un livello minimo di illuminazione anche in caso di malfunzionamento. Norme quali la IEC 60601-2-41 definiscono requisiti specifici.

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Questi fattori devono interagire in modo equilibrato. Un aspetto riveste un ruolo particolarmente importante: il contrasto tra il campo operatorio e l’ambiente circostante.

 

Perché il contrasto rappresenta una sfida in sala operatoria

Le moderne luci chirurgiche sono estremamente potenti e raggiungono livelli di illuminamento fino a 160.000 lux, mentre l’illuminazione ambientale nella sala è spesso ben al di sotto dei 1.000 lux.

Ciò crea un forte contrasto tra il campo operatorio illuminato intensamente e l’ambiente circostante più scuro. Anche all’interno del campo operatorio stesso, le aree più scure – come i tessuti o le emorragie – si alternano a superfici degli strumenti molto luminose e riflettenti.

Queste variazioni di luminosità possono mettere a dura prova l’équipe chirurgica e influire sulle prestazioni visive. È noto da tempo che un elevato contrasto influisce sulle prestazioni visive [7]. Una maggiore quantità di luce non significa quindi automaticamente una migliore visibilità.

 

Cosa significa questo per la progettazione dell’illuminazione delle luci chirurgiche

In uno studio condotto su 50 partecipanti [8] è stato esaminato come ridurre tale affaticamento. Circa l’80% dei partecipanti ha preferito un’illuminazione in cui il campo operatorio non passa bruscamente all’oscurità, ma presenta invece una transizione graduale verso l’area circostante – la cosiddetta illuminazione di transizione.

Lo studio dimostra che questo tipo di illuminazione può:

  • ridurre l'abbagliamento
  • diminuire la fatica percepita
  • migliorare l'acuità visiva
  • ridurre i tassi di errore nei test di percezione dei colori [8]

Questi risultati sono stati implementati, ad esempio, nella luce chirurgica Maquet Powerled con la funzione Comfort Light, che consente una distribuzione graduale della luce.

L'illuminazione non dovrebbe quindi essere considerata isolatamente, ma come parte integrante di un sistema di sala operatoria ben funzionante.

Articoli correlati

  1. 1. Krupinski EA, Berbaum KS, Caldwell R. Impact of Visual Fatigue on Observer Performance. SPIE Proceedings Vol. 7263, 2009.

  2. 2. Hemphälä H et al. Lighting Recommendations in Operating Theatres. 2009.

  3. 3. Simonson E, Brozek J. Spectral Quality of Light and Visual Performance. 1948.

  4. 4. Kato Y et al. Mental fatigue and response processes. 2009.

  5. 5. Barker LM, Nussbaum MA. Fatigue and work environment. 2011.

  6. 6. Patterson PD et al. Fatigue and safety outcomes. 2012.

  7. 7. Stone PT et al. Task contrast and visual fatigue. 1980.

  8. 8. Maquet S.A.S. Comfort Light Study. 2013.